
Gentile Collega,
si è appena concluso il concorso in Magistratura. Migliaia di giovani giuristi hanno affrontato una delle prove più difficili e prestigiose del nostro ordinamento, contendendosi un numero limitato di posti. A tutti loro desidero rivolgere un sincero augurio e, in particolare, ai tanti Colleghi che, per tanti motivi e con sacrificio e passione, hanno deciso di mettersi alla prova.
Alcuni anni fa, per partecipare al concorso non bastava la laurea in Giurisprudenza. L’accesso era riservato a chi aveva già conseguito l’abilitazione forense oppure altri titoli professionalizzanti previsti dalla legge.
Oggi il sistema è profondamente cambiato.
È sufficiente una laurea in Giurisprudenza, conseguita presso qualunque ateneo, pubblico o privato, tradizionale o telematico, senza che sia richiesta alcuna esperienza professionale. Così, anche un giovane laureato di ventitré anni può legittimamente aspirare ad assumere una delle funzioni più delicate dello Stato.
Naturalmente non è una questione anagrafica. Esistono giovani giuristi di straordinario valore. Il punto è un altro: esperienza, equilibrio e moderazione sono qualità essenziali per chi è chiamato a giudicare.
Giudicare non significa soltanto conoscere il diritto. Significa comprendere cosa vuol dire difendere un cittadino, affrontare un processo, assumersi responsabilità concrete e misurarsi con il peso umano che ogni decisione produce nella vita delle persone.
Per questo ritengo che il conseguimento del titolo di Avvocato dovrebbe diventare l’unico requisito ulteriore per l’accesso al concorso in Magistratura.
Ciò rappresenterebbe una garanzia per la qualità della giurisdizione.
L’Avvocatura non è una professione qualsiasi. È, insieme alla Magistratura, uno dei pilastri della giurisdizione. Per questo ritengo che chi aspira a giudicare dovrebbe, prima, aver sperimentato cosa significhi difendere.
È singolare – pur comprendendo e condividendo il rigore richiesto per esercitare la professione forense – che lo Stato pretenda pratica obbligatoria, esame di abilitazione e formazione professionalizzante per diventare Avvocato, mentre per concorrere a diventare Magistrato, chiamato anche a giudicare l’operato degli Avvocati e a decidere sui diritti fondamentali dei cittadini, oggi sia sufficiente la sola laurea.
L’esperienza forense non è un ostacolo alla preparazione teorica. Ne costituisce il naturale completamento.
Un magistrato che abbia conosciuto anche la prospettiva dell’Avvocatura porta con sé una maggiore sensibilità, una più profonda comprensione del diritto di difesa, delle dinamiche processuali e del ruolo di tutti i protagonisti della giustizia.
Vi è poi un’altra evidente contraddizione.
Nel concorso per la Magistratura amministrativa gli Avvocati possono partecipare soltanto dopo almeno cinque anni di effettivo esercizio della professione.
Una disciplina che, di fatto, limita fortemente la presenza del Foro. Dopo gli anni della pratica, l’esame di abilitazione e cinque anni di intensa attività professionale, quanti possono realisticamente sospendere il proprio lavoro per preparare un concorso tanto impegnativo?
Pochissimi.
Il sistema finisce così per scoraggiare, anziché valorizzare, il contributo dell’Avvocatura alla giurisdizione, privando la Magistratura di quel patrimonio di competenze, esperienza, libertà di pensiero e conoscenza concreta della giustizia che il Foro rappresenta.
Il concorso deve certamente continuare a selezionare i migliori. Ma la preparazione tecnico-giuridica, per quanto imprescindibile, non può esaurire il concetto di merito.
L’attuale sistema verifica il sapere del candidato, ma difficilmente può misurare quella maturità professionale, quell’equilibrio e quella consapevolezza che si costruiscono soprattutto attraverso l’esercizio della professione e il confronto quotidiano con il diritto di difesa.
Per questo, nel mio piccolo, intendo promuovere questa riflessione all’interno dei nostri organismi rappresentativi affinché possa trasformarsi in una proposta di riforma.
Credo che il compito dell’Avvocatura non sia soltanto gestire lo status quo. Debba anche avere il coraggio di mettere in discussione le regole quando ritiene che possano essere migliorate.
Ti chiedo, se Ti può far piacere, di dedicare pochi minuti alla compilazione del sondaggio predisposto su questi temi.
Un caro saluto
Michele Bonetti
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Per ricevere gli esiti del sondaggio scrivimi all’indirizzo info@avvocatomichelebonetti.it