
Care Colleghe, Cari Colleghi,
il costante aumento dei costi della giustizia e il progressivo inasprimento del contributo unificato rappresentano ormai una delle principali barriere all’accesso alla tutela giurisdizionale. È una battaglia che porto avanti da anni e che considero il cuore del mio impegno per l’Avvocatura.
A seguito di un approfondimento normativo e giurisprudenziale, desidero condividere un quadro di sintesi che consenta di comprendere come venga oggi destinato il gettito del contributo unificato e mettendo in luce profonde asimmetrie tra le diverse giurisdizioni.
Nel processo amministrativo, dove il contributo unificato ha ormai raggiunto importi spesso proibitivi, il legislatore ha introdotto uno speciale meccanismo di riallocazione delle risorse (art. 37, commi 10 e 11-bis, del D.L. n. 98/2011).
In particolare, un terzo del maggiore gettito è destinato al finanziamento di nuove assunzioni di magistrati amministrativi; i restanti due terzi vengono destinati, per il 75%, al funzionamento degli uffici della giustizia amministrativa e, per il 25%, all’incentivazione della produttività e alla formazione del personale amministrativo di TAR e Consiglio di Stato.
È opportuno precisare, per correttezza, che la normativa non attribuisce alcuna quota retributiva diretta ai magistrati amministrativi. Resta tuttavia il fatto che l’ampliamento degli organici è suscettibile di incidere sull’organizzazione del lavoro degli uffici e può rendere più agevole la gestione degli incarichi extragiudiziari autorizzati, la cui remunerazione è in molti casi significativa.
Nel processo civile, invece, il gettito del contributo unificato continua a finanziare prevalentemente il funzionamento generale della macchina giudiziaria e solo recentemente sono stati previsti limitati strumenti di incentivazione del personale amministrativo.
Questi dati impongono una riflessione profonda.
La giustizia non può e non deve trasformarsi in un sistema che si autofinanzia sulle spalle di chi chiede tutela.
Pensare che l’efficienza degli uffici giudiziari debba dipendere economicamente dalle somme versate dalle parti significa alterare la natura stessa della funzione giurisdizionale e mettere in discussione il principio sancito dall’art. 24 della Costituzione.
L’accesso alla giustizia non è un servizio commerciale. È uno dei diritti fondamentali sui quali si fonda lo Stato di diritto.
Colpisce, inoltre, la frammentazione dei modelli di finanziamento delle diverse giurisdizioni: fondi speciali nella giustizia amministrativa, meccanismi premiali nella giustizia tributaria, assenza di un sistema organico nella giustizia civile.
Una disomogeneità che tradisce la mancanza di una visione unitaria della giurisdizione e che finisce per penalizzare proprio la giustizia civile, quella che affronta la gran parte del contenzioso nazionale, senza ricevere risorse proporzionate al proprio ruolo.
Eppure, a fronte di questi sacrifici, è difficile affermare che i servizi di cancelleria, i tempi del processo o l’efficienza complessiva degli uffici abbiano registrato un miglioramento realmente proporzionato alle risorse richieste agli utenti e agli Avvocati.
Per questo credo che l’Avvocatura non possa limitarsi ad assistere passivamente.
La giustizia non può essere finanziata rendendo più difficile l’esercizio del diritto di difesa.
Quando il costo per far valere un diritto diventa esso stesso un ostacolo al diritto, non siamo più di fronte a un semplice problema di bilancio: siamo di fronte a un problema di civiltà giuridica.
Ed è proprio per questo che continuerò a battermi, dentro e fuori le Istituzioni forensi, affinché l’accesso alla giustizia torni ad essere ciò che la Costituzione ha voluto: un diritto di tutti e non un privilegio.
Michele Bonetti
339 493 3412
«“La legge è uguale per tutti” è una bella frase che rincuora il povero quando la vede scritta sopra le teste dei giudici; ma quando si accorge che, per invocare l’uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa alla sua miseria».
Piero Calamandrei