Il contributo unificato oltre i limiti della tutela

Care Colleghe, Cari Colleghi,

la pronuncia della Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Roma (Sezione XXVI n. 9004/26) e la recente pubblicazione delle sue motivazioni in tema di contributo unificato, ci richiama ad una riflessione sul significato più autentico del diritto di difesa e sui limiti oltre i quali il costo della giustizia rischia di trasformarsi in un ostacolo all’accesso alla tutela giurisdizionale.

La vicenda trae origine dall’invito al pagamento di un ulteriore contributo unificato nei confronti di una ricorrente che aveva proposto motivi aggiunti per impugnare atti sopravvenuti, senza tuttavia formulare nuove domande.

La Corte osserva che pretendere un nuovo contributo significherebbe far dipendere il costo della tutela giurisdizionale non dalle scelte del cittadino, bensì dall’attività della Pubblica Amministrazione, e afferma che «Pretendere un nuovo pagamento di contributo […] violerebbe il principio di effettività della tutela giurisdizionale e cozzerebbe con lo spirito della norma».

La giustizia non può trasformarsi in un percorso ad ostacoli, anche da un punto di vista economico.

Ogni aumento del contributo unificato, ogni aggravio di spesa, ogni formalismo che produce nuovi costi incide concretamente sull’effettività del diritto di difesa.

Da anni questa rappresenta una delle battaglie che considero centrali per l’Avvocatura e al Congresso Nazionale Forense ho presentato plurime mozioni per una profonda revisione dei costi della giustizia.

La mozione relativa al contributo unificato richiesto per tale tipologia di motivi aggiunti è stata approvata con un consenso pressoché unanime.

Non era la posizione di una parte dell’Avvocatura. Era la voce dell’Avvocatura italiana eppure, nonostante quella chiara indicazione, ben poco è cambiato.

Anzi.

Conviviamo ormai con i costi della mediazione obbligatoria, inasprimento delle spese e sanzioni processuali con applicazione di meccanismi sempre più gravosi, come il raddoppio del contributo unificato.

Ogni giorno siamo noi Avvocati a dover spiegare ai cittadini perché ottenere giustizia sia diventato così costoso. Ogni giorno vediamo persone rinunciare ad esercitare un proprio diritto non perché abbiano torto, ma perché non riescono più a sostenerne il costo. Quando ciò accade, non perde soltanto il singolo cittadino ma perde lo Stato di diritto.

Dobbiamo domandarci, con sincerità, per quale motivo pur facendo parte della professione i cui appartenenti sono presenti in tutte le sfere della vita pubblica, non riusciamo ad incidere sulle scelte legislative che ci riguardano.

Le ragioni sono certamente molteplici, ma una parte della risposta risiede anche nelle nostre divisioni, nella progressiva perdita di autorevolezza delle rappresentanze e nella difficoltà di favorire un autentico ricambio delle idee e delle persone.

La recente proroga del terzo mandato negli Ordini Forensi rappresenta, sotto questo profilo, un segnale che merita una seria riflessione.

Il ricambio non costituisce mai una critica verso chi ha servito le istituzioni. È, al contrario, la condizione naturale perché ogni istituzione continui ad essere credibile, vitale e capace di interpretare il tempo presente.

Le istituzioni si rafforzano quando sanno rigenerarsi. Mai quando temono il cambiamento.

Se le iniziative istituzionali, pur condivise dall’intera Avvocatura, non riescono a produrre risultati concreti, allora è giunto il momento di affiancare ad esse una nuova forma di tutela: quella giudiziaria.

L’Avvocatura non è chiamata soltanto a difendere i diritti degli altri. Ha anche il dovere di difendere le condizioni che rendono possibile l’esercizio della propria funzione sociale e costituzionale. Quando una norma, un’interpretazione o una prassi finiscono per comprimere il diritto di difesa, non possiamo limitarci a prenderne atto.

Perché le più importanti conquiste dell’Avvocatura non sono mai nate dalla rassegnazione ma dal coraggio di sostenere principi anche quando sembravano controcorrente.

Forse è arrivato il momento di aprire una nuova stagione.

Una stagione nella quale l’Avvocatura torni ad esercitare fino in fondo il proprio ruolo costituzionale, utilizzando ogni strumento che l’ordinamento mette a disposizione — compresa, quando necessario, l’azione giudiziaria — per difendere l’indipendenza della professione, la dignità della toga unitamente al diritto di ogni cittadino ad una tutela giurisdizionale realmente effettiva.

Con spirito di servizio.

Michele Bonetti

339 493 3412